mercoledì 18 gennaio 2017

Rimborso ricongiunzione onerosa




I lavoratori che hanno già avviato pratiche di ricongiunzione onerosa o totalizzazione possono recedere e passare al cumulo, con diritto al rimborso: novità Riforma Pensioni.


Una delle novità fondamentali del nuovo cumulo gratuito contributi previsto dalla Legge di Bilancio consiste nella possibilità di utilizzo anche da parte di coloro che negli anni precedenti avevano già avviato pratiche di ricongiunzione onerosa o di totalizzazione contributi. Ci sono una serie di paletti, ad esempio la ricongiunzione non deve essere già stata completata con il pagamento integrale di quanto dovuto. Ma c’è il diritto al rimborso di quanto già versato. Vediamo esattamente quali possibilità si aprono con la nuova legge.


Il nuovo cumulo gratuito contributi è previsto dal comma 195 della Legge di Bilancio, e consente (in estrema sintesi) di sommare periodi contributivi in diverse gestioni per raggiungere la pensione di vecchiaia oppure quella anticipata (è questa la novità, il cumulo per la pensione di vecchiaia era già consentito). Altra novità, il cumulo è esteso anche ai professionisti iscritti agli ordini che versano i contributi nelle casse di categoria. La pensione alla fine viene calcolata pro quota con le regole relative a ciascuna cassa, in riferimento ai contributi effettivamente versati.

Per quanto riguarda la ricongiunzione, il comma 197 della manovra prevede la possibilità di recesso, con restituzione di quanto già versato. In parole semplici, un lavoratore che ha già avviato una pratica di ricongiunzione contributi versati in diverse gestioni previdenziali, e ha anche già iniziato a pagare l’operazione, può ripensarci, chiedere il rimborso di quanto già pagato, e passare al nuovo cumulo gratuito. Non è possibile il recesso nel caso in cui sia già stato perfezionato il pagamento integrale dell’importo dovuto. Altri paletti: la facoltà di recesso deve essere esercitata nel 2017 (entro un anno dall’entrata in vigore della Legge di Bilancio). Non può essere utilizzata se la ricongiunzione ha già dato luogo alla liquidazione della pensione.

Per esercitare il recesso con rimborso bisogna presentare apposita domanda. La restituzione delle somme già versate, avviene a partire dal dodicesimo mese dalla richiesta, in quattro rate annuali, senza maggiorazioni per interessi.

Ricordiamo la principale differenza fra cumulo e ricongiunzione, importante per chi deve decidere quale opzione scegliere. La ricongiunzione è onerosa, quindi si paga (il conto può essere anche salato), ma la pensione alla fine viene liquidata con le regole della gestione in cui confluiscono i contributi. La pensione è liquidata con il sistema retributivo, contributivo, o misto. Si tratta quindi d uno strumento che può essere preferibile nel caso in cui le regole di calcolo della gestione in cui confluiscono i contributi siano particolarmente vantaggiose (ad esempio, se consentono il calcolo dell’assegno sull’ultimo stipendio, o mantengono quote retributive, e via dicendo).


Il cumulo, invece, è gratuito, ma il calcolo come detto avviene pro quota in base alle regole delle singole gestioni. Quindi, se uno degli enti previdenziali a cui sono versati i contributi ha regole pià vantaggiose, queste si applicano solo alla parte di contributi effettivamente confluiti nello stesso ente.


Pensione anticipata dei Precoci

I dettagli della Riforma delle Pensioni contenuti nella Legge di Stabilità 2017 con particolare riferimento alla pensione anticipata per i precoci che, a patto di rispettare alcune condizioni, possono ritirarsi con la quota 41. => VAI ALLO SPECIALE PENSIONE ANTICIPATA

Infine, la totalizzazione. Anche qui, la Legge di Stabilità (comma 198), consente anche a coloro che aveva già presentato domanda di totalizzazione di recedere e passare al cumulo. Il procedimento amministrativo relativo alla domanda di totalizzazione non deve però essersi già concluso. La totalizzazione prevede che la pensione sia interamente calcolata con il sistema contributivo, a meno che non ci sia un autonomo diritto a pensione maturato in una delle gestioni interessate. Quindi, come nel caso precedente, ogni lavoratore dovrà calcolare quale opzione è più conveniente.


Un’altra differenza da tener presente che riguarda tutti i sistemi, è relativa alla maturazione del diritto alla pensione. Con la ricongiunzione la pensione è maturata con le regole della gestione nella quale confluiscono i contributi. Con la totalizzazione, valgono i requisiti previsti dalla legge 42/2006: per la pensione di vecchiaia 65 e sette mesi di età, 20 anni di contributi, 18 mesi di finestra mobile per la decorrenza. Per la pensione anticipata, 40 anni e sette mesi, più 21 mesi di finestra mobile. Con il cumulo, la pensione di vecchiaia si raggiunge in base alle regole più severe previste dalle varie gestioni interessate (quindi, all’età più alta fra quelle previste dai diversi enti previdenziali in cui sono versati contributi che si decide di cumulare), la pensione anticipata si raggiunge con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini (41 anni e dieci mesi per le donne).


Barbara Weisz - 17 ge

lunedì 9 gennaio 2017

M5S-Alde, ecco il testo dell'accordo

Roma - Istituzioni europee da riformare e più trasparenti, l'euro come moneta attorno a cui costruire un sistema in grado di assorbire gli shock economici, una Unione campione delle libertà civili e "opportunità senza confini" da garantire con "una migliore protezione del mercato comune". Ruota attorno a questi quattro punti il testo dell'accordo tra ALDE e Movimento 5 Stelle che riporta la data del 4 gennaio, malgrado la votazione online sia stata indetta da Beppe Grillo solo domenica


Cristina Stillitano


David Carretta @davcarretta

Soldi, posti e voti: ecco l'accordo prematrimoniale sulla roba tra Verhofstadt e Grillo.
Nel testo, in particolare, viene ribadita una convinta visione europeista e si evidenzia il ruolo fondamentale che le Istituzioni di Bruxelles devono avere come "contrappeso democratico" in un mondo sempre più globalizzato. "Molti nostri cittadini credono che l'Unione Europa sia parte del problema in quanto indirettamente resposabile della globalizzazione senza controllo che viene percepita di beneficio solo per pochi. Mentre in realtà dovrebbe essere l'opposto. Noi crediamo che solo l'Unione Europea abbia un peso sufficiente per utilizzare al meglio la gobalizzazione...L'Unione Europea deve essere il contrappeso democratico alle forze economiche globalizzate".
Il documento è consultabile sulla piattaforma Medium.com in calce alla lettera aperta scritta da cinque docenti 'guidati' da Alessandro Fusacchia, ex capo di gabinetto del Ministero del'Istruzione, per chiedere al capogruppo di ALDE, l'europeista belga Guy Verhofstadt, di non "fare accordi con Beppe Grillo" e "non unirsi dietro le quinte col Movimento 5 Stelle".
"Il documento riportato sotto, ancora confidenziale, mostra infatti come Beppe Grillo e lei non solo abbiate già concordato di unire le forze, ma anche su quale base. Un documento nel quale— paradossalmente — sia ALDE sia M5S chiedono più trasparenza", scrivono i cinque professori nel loro appello".
"Crediamo che gli attivisti del M5S — ai quali è stato detto di credere nella democrazia diretta del web — saranno felici di sapere che è stato loro chiesto di prendere una decisione democratica fake. Così come crediamo che tutti i liberali d’Europa che hanno guardato con simpatia alla sua candidatura a presidente del Parlamento europeo saranno felici di sapere che questo è il prezzo che lei sembra disposto a pagare", si legge nella lettera.
Ecco il testo (tradotto in italiano) dell'accordo:
"Alde e M5s condividono i valori essenziali di libertà, eguaglianza e trasparenza. Entrambi vedono nell'individuo la struttura centrale della società, mentre promuovono un'economia aperta, la solidarietà e la coesione sociale come condizioni essenziali affinché chiunque possa esprimere appieno le proprie potenzialità. Entrambi vogliono rafforzare l'influenza del cittadino sulle decisioni che ne determinano la vita, anche attraverso il meccanismo della democrazia diretta e spingendo tutti alla partecipazione ed all'impegno politico. Ancor più importante è l'essere entrambi forze riformiste che intendono cambiare radicalmente il modo in cui l'Unione Europea oggi si trova ad operare. Ci battiamo per un cambiamento generale e basilare, perché oggi l'Unione Europea è incapace di garantire i risultati che da essa si attendono i suoi cittadini in termini di prosperità e protezione. Ciò alimenta la sfiducia e la disillusione invece di costruire la fiducia e l'impegno. Troppi nostri concittadini considerano l'Unione Europea parte del problema e come indirettamente responsabile della globalizzazione, percepita a sua volta come beneficio per soli pochi. In realtà dovrebbe essere l'opposto. Crediamo che solo l'Unione Europea abbia un peso sufficiente per utilizzare al meglio la globalizzazione come forza positiva che garantisca l'equa distribuzione dei benefici. L'Unione Europea deve porsi come contrappeso democratico alle forze dell'economia globalizzata. Quindi chiediamo che siano varate riforme in queste aree fondamentali".
1. Rinnovamento della democrazia europea
Alde e M5S vogliono che si realizzi un'Unione più democratica e trasparente. Entrambi desiderano una Commissione Europea più piccola e efficiente, un Consiglio Europeo riformato ed un Parlamento Europeo più forte e posto sullo stesso livello del Consiglio. Entrambi ritengono che parte degli europarlamentari debbano essere eletti su base transnazionale, in quello che sarebbe un importante passo in direzione di una reale democrazia europea. Vogliamo anche la fine della inefficiente "grande coalizione" che troppo a lungo ha monopolizzato il potere e paralizzato l'Europa. La strada da seguire è quella dell'aumento del coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi democratici e nell'aumento della trasparenza, rendendo pubblici per legge tutti i documenti e usando un linguaggio chiaro per comunicare in ogni tipo di legislazione così come nelle intese internazionali e negli accordi commerciali. C'è il bisogno di rendere le istituzioni più trasparenti e responsabili, e di dare ai cittadini una maggiore influenza diretta sulle linee politiche e sulla scelta della leadership politica, tanto nella cabina elettorale quanto per quanto riguarda gli altri mezzi di compartecipazione alla politica.
2. Riforma dell'Eurozona
Nel corso dell'ultimo decennio la nostra divisa unica ha dimostrato di essere stabile e duttile di fronte a shock di natura esterna, ma non allo scopo di rafforzare la nostra economia e di raggiungere la convergenza tra le economie nazionali. L'euro non ha mantenuto le promesse, ed è il momento di ovviare ad alcuni dei suoi innegabili difetti. C'è bisogno di costruire attorno alla divisa unica un sistema che possa assorbire gli shock economici interni all'eurozona, e questo richiede una nuova governance che deve essere incastonata in strutture trasparenti e democratiche. C'è anche bisogno di una revisione riguardo il modo in cui i bilanci nazionali sono monitorati, e di introdurre un nuovo codice di convergenza che sia incentrato su riforme significative e assicuri la centralità del sostegno finanziario ai servizi pubblici, invece di intervenire parzialmente sulle cifre dei bilanci.
3. Diritti e libertà
L'Unione Europea è prima di ogni altra cosa e soprattutto una comunità di valori. C'è bisogno di farne un avvocato globale delle libertà civili, dei diritti fondamentali e dello stato di diritto. L'Unione Europea ha il dovere di essere garante che i principi e i valori basilari contemplati nei Trattati Europei siano rispettati ovunque sul proprio territorio. Fiducia reciproca e valori condivisi sono la chiave delle politiche europee nei campi della cooperazione giudiziaria, delle politiche di asilo e di accoglienza dei profughi, dell'agenda digitale, dell'energia e della gestione comune dei confini esterni.
4. Opportunità senza confini
Ugualmente l'Europa dovra' essere in grado di assicurare le nostre libertà con una maggiore protezione del mercato comune. Questo richiede un'ampia strategia che spazi dall'affrontare il dumping ai danni del mercato europeo all'eliminazione degli ostacoli al libero movimento dei privati cittadini. Il mercato unico deve essere il motore portante della promozione dei talenti, dell'innovazione, delle start-up, delle piccole e medie imprese cosi' come delle multinazionali. Al tempo stesso un mercato unico senza confini interni richiede chiaramente che le questioni della solidarietà e della coesione sociale debbano esere affrontate come prioritarie".



LINK http://www.agi.it/politica/2017/01/09/news/m5s-alde_ecco_il_testo_dellaccordo-1355026/



sabato 26 novembre 2016

Povertà: allarme OCSE, in Italia indigente 1 bambino su 5



La crisi ha lasciato un Paese in ginocchio, indigente anche 1 lavoratore su 9


<25 2016="" em="" novembre=""> (Teleborsa) – In Italia è indigente quasi 1 bambino su 5, e 1 lavoratore su 9>.


E’ questa l’impietosa fotografia dell’Italia post-crisi scattata nell’ultimo aggiornamento OCSE sulle disuguaglianze di reddito, in cui si sottolinea come in generale nell’area “dopo sette anni, le disuguaglianze nel reddito siano rimaste storicamente alte” per la mancata distribuzione dei “frutti della ripresa”. Dati alla mano, il coefficiente Gini (lo standard che misura le disuguaglianze) è passato allo 0,313 della fase precedente la crisi, il 2007, a 0,325 nel 2014, anche se il picco è stato toccato nel 0,331 nel 2012, all’apice della crisi.
In tema di povertà relativa, in Italia il tasso è passato dall’11,9% del 2007 al 13,1% del 2012, salendo poi ancora al 13,3% del 2014. A pagarne il prezzo più alto sono stati i bambini: nel 2014 è povero quasi un minore su 5, poco meno del 18%. Nelle altre fasce d’età, é povero il 16% dei giovani tra i 18-25 anni, il 13% degli adulti, il 9,3% degli anziani e l’11,5% dei lavoratori.


Quanto agli altri Paesi europei, la situazione non è omogenea. In Francia l’indice sulle disuguaglianze è tornato ai livelli pre-crisi da 0,295 a 0,297, dopo il picco di 0,308 del 2012. In Germania le disuguaglianze hanno segnato un graduale rialzo 0,285 nel 2007, 0,289 nel 2012 e 0,292 nel 2014. Peggio dell’Italia sta però la Spagna passata da 0,324 a 0,335 fino a 0,346 negli anni 2007, 2012 e 2014. Non brilla la media OCSE media: 0,317 pre-crisi, 0,316 nel 2012, 0,318 nel 2014. Segno che nell’area OCSE “i frutti della ripresa non sono stati condivisi“, si legge nel rapporto.
Leggi anche:


OCSE: a settembre tasso di disoccupazione stabile. Aumenta in ItaliaGiovani e lavoro: Italia ultima in classifica tra i Paesi OCSECos’è l’OCSE: Virgilio Genio



giovedì 27 ottobre 2016

Federalismo, Radicali: Stati nazione hanno fallito, serve nuovo modello di federalismo europeo e municipale

Dichiarazione di Valerio Federico, Tesoriere di Radicali Italiani
L'immagine può contenere: 1 persona , selfie e primo piano
"Gli stati nazione hanno fallito nel governo dei grandi fenomeni in corso quali l’immigrazione, le crisi economico-finanziarie, i cambiamenti climatici e il terrorismo internazionale. Il regionalismo italiano ha prodotto spesa e debito pubblico. Rilanciamo dunque un modello di federalismo europeo con poli...tica estera, di difesa e fiscale comune e un'unica intelligence. Proponiamo nello stesso tempo un modello di federalismo municipale che garantisca al cittadino, con una reale autonomia tributaria dei comuni, la possibilità di affermare la sua sovranità al livello istituzionale a lui più vicino e di avere un maggiore controllo della qualità dell’azione amministrativa anche con nuovi strumenti di iniziativa popolare e di conoscenza e valutazione dell’attività delle amministrazioni pubbliche così come attraverso una riforma dell’erogazione dei servizi pubblici in senso concorrenziale", così il Tesoriere di Radicali Italiani Valerio Federico illustrando il dossier "Federalismo e sovranità dei cittadini", realizzato insieme a Zeno Gobetti, con la collaborazione di Demetrio Bacaro, vicepresidente del Comitato nazionale di Radicali Italiani, e Alessandro Massari, della Direzione nazionale.
Il dossier è disponibile sul sito di Radicali Italiani a questa pagina: http://www.radicali.it/…/federalismo-sovranit-dei-cittadini…
Quello del federalismo sarà uno dei temi al centro del XV Congresso di Radicali Italiani, in programma dal 29 ottobre al 1 novembre a Roma (Hotel Roma Aurelia Antica, via degli Aldobrandeschi, 223).

Tasse uguali per tutti? Ora l’Europa ci pensa



< Riparte il progetto di armonizzazione fiscale>

- Nell’epoca delle dispute fra Unione Europea e quei governi – Irlanda su tutti – divenuti sorta di paradisi fiscali per le grandi multinazionali Usa grazie ad un’imposizione fiscale bassissima, torna d’attualità il tema di una piena armonizzazione a livello europeo sull’imposizione fiscale per le aziende, una base imponibile comune per tutte le aziende presenti in più mercati europei.

Bruxelles non vuole che si ripetano casi di evasione fiscale di multinazionali come Apple, condannata dall’Ue a pagare 13 miliardi in tasse mancate a Dublino che, da parte sua, paradossalmente non vule essere pagata proprio per mantenere un regime fiscale favorevole che attragga altre aziende come Apple. Oggi un’impresa che opera in più paesi europei paga le imposte in ognuno di essi con lo svantaggio di avere aliquote e sistemi, anche di deduzione, diversi da una nazione all’altra. Un fardello di costi e perdite di tempo ed energie non indifferente. Allo stesso tempo i governi sfruttano i diversi sistemi tributari per farsi concorrenza (o dumping) fiscale e attrarre le grandi imprese facendo a gara a chi abbassa di più le aliquote, come hanno dimostrato i recenti scandali come successo in favore di Apple, Starbucks e Amazon.

Mercoledì 26 ottobre, l’esecutivo comunitario sfornerà due proposte di direttiva per l’armonizzazione fiscale. Il sistema che sarà costruito in due step temporali distinti, sarà obbligatoria per le grandi multinazionali e facoltativo per tutte le altre imprese, che comunque saranno incentivate ad usarlo grazie ai risparmi legati all’imposta unica per chi internazionalizza. Con l’obiettivo finale di arrivare al consolidamento, ovvero alla creazione entro sei anni di un bilancio unico europeo per chi ha attività in due o più paesi dell’Unione. Sarà prevista anche una nuova regolamentazione per la soluzione delle controversie.

La Commissione Europea, che ha appena approvato un pacchetto che prevede deduzioni particolarmente alte per chi investe in Ricerca e Sviluppo, stima che il progetto finirà per rafforzare la crescita del Pil europeo dell’1,2%.

Le piccole e medie imprese potranno avvalersi della base imponibile unica solo se lo riterranno vantaggioso. Il commissario agli Affari Economici dell’Ue, Pierre Moscovici, ha parlato dei benefici che si potrebbero ottenere con un regime fiscale uniforme in tutta Europa. “Stiamo proponendo uno schema che simultaneamente possa sostenere l’attività, attirare gli investitori, promuovere la crescita, e bloccare la grande elusione fiscale” delle aziende straniere.

Secondo le stime di Bruxelles, gli oneri fiscali per le multinazionali con le nuove regole scenderebbero del 2%, ma a risparmiare sarebbero soprattutto le piccole e medie imprese che lavorano in più paesi del mercato interno con un taglio delle spese fino al 30% sulle tasse pagate attualmente. Ad esempio, se il 5% delle Pmi decidesse di espandersi all’estero grazie alle nuove regole secondo la Commissione ci sarebbe un risparmio complessivo di un miliardo di euro.



martedì 27 settembre 2016

Siamo in guerra tra noi ed è colpa del ’68

Tutti contro tutti. Tutti a ritenersi incompresi, inascoltati e sconfitti. Tutti a puntare il dito contro padri, figli, nipoti. Che i Sessantottini si siano ‘accasati’ meglio, è fuor di dubbio. Però, il conflitto in atto ci consegna una lettura della realtà deprimente, perché la prima generazione persa - la mia - adesso è costretta a contemplare anche lo scontento dei propri figli assommando dispiacere a dispiacere


No, non è un pezzo sullo scontro tra Oriente ed Occidente, o meglio tra religioni e civiltà opposte (o presupposte tali) e neanche ho scritto un commento sul cambio di fronte bellico: dai carrarmati-con-missili della Cortina di Ferro alla diffusione molecolare di kamikaze del nuovo califfato.
Lo ben sapete tutti che, a scarsità di risorse, le organizzazioni vacillano e cadono in pezzi mentre s’innescano lotte per la sopravvivenza dei singoli alla deriva.
Vale per ogni consesso umano: dal partito politico al sindacato; dal luogo di lavoro al condominio; dalla bocciofila alla filodrammatica. Vale soprattutto, nelle società degli uomini, per le generazioni. La grandezza degli insiemi è ininfluente.
Darsi addosso tra generazioni è uno sport immarcescibile. Ogni nuova generazione ha il suo bersaglio preferito nelle coorti di chi lo ha preceduto.
Quando i tempi sono difficili — come gli attuali — i nemici allignano in più generazioni, sia ascendenti che discendenti. Tutte le generazioni comprese tra gli Alpha-boomer (i settanta-sessantenni di oggi) e la GenZ (i post Millennials) si sentono schiacciate e si lamentano con sempre più frequenza di aver perso le occasioni per colpa di quelli di prima, di quelli che hanno cominciato tutto, ovvero i Sessantottini.
Ciò è stato spiegato con semplicità in un molto condiviso editoriale de «Linkiesta», a firma del mio amico Bruno Giurato.
Io lo capisco perfettamente, Bruno, perché abbiamo vissuto le stesse sfighe, di ex giovani di ottime speranze, cui hanno inculcato il senso del dovere, della possibilità di migliorarsi attraverso lo studio ‘matto e disperato’ al fine di un lavoro qualificato in linea con i titoli e che invece sono rimasti schiacciati da questi falsi giovani ex rivoluzionari che hanno occupato tutti i posti al sole, hanno diffuso un modo di essere ed agire, da idrovore, cioè.
Siamo purtroppo — noi ragazzi del ‘riflusso’, come cantava Eugenio Finardi in “Cuba” — la prima delle generazioni cosiddette ‘perse’. Chi ci renderà merito, a noi che non apparteniamo alla Generazione Erasmus, che non siamo coetanei di Renzi&Boschi, che siamo troppo giovani per andare in pensione, troppo anziani per farci assumere se rimaniamo disoccupati o esodati? Che prima dei precari abbiamo studiato tanto per rimanere impiegatucci, o strappare anni di fuori ruolo e supplenze nelle scuole, magari sfiancarsi a prepararsi per dieci e dieci concorsi, arrivare sfiniti a chiedere una raccomandazione per vedersi riconosciuto il diritto alla sopravvivenza (dopo aver perso anche i genitori), o accettare di fare i ghost writer per qualche VIP/politico somaro, il contabile in qualche piccola azienda, il ragazzo di studio legale, il factotum per un notaio.
Indubbiamente, dopo di noi non è che si stia meglio. Anche i Millennials scalpitano perché trovano nella GenZ un manipolo di strafottenti piuttosto vuoti o quantomeno stitici di idee, volontà e creatività. E prima dei Millennials, i trentenni soffrono e soffriranno ancora e più di noi, se — come ha affermato il Direttore dell’INPS, Boeri —dovranno lavorare fino a 75 anni per una pensione da fame. A meno che non ci si butti in politica: nuovo ambito d’investimento sociale, come dimostrano tutte le nuove (e sciape) entrate nel nostro Parlamento.
Ma la guerra è guerra. Infatti, venerdì e sabato a Napoli si è tenuto un seminario sul riscatto dei ‘grandi vecchi’, ovverosia di studiosi e professori, i quali a venerande età (ovverosia intorno agli ottant’anni, cioè) ancora danno e possono dare alla cultura, alla scienza, alla società in genere. Non lo mettiamo in dubbio.
Tuttavia, come potete notare, il conflitto è diventato globale e trans-generazionale. Tutti contro tutti. Tutti a ritenersi incompresi, inascoltati e sconfitti. Tutti a puntare il dito contro padri, figli, nipoti.
Che i Sessantottini si siano ‘accasati’ meglio, è fuor di dubbio. Però, il conflitto in atto ci consegna una lettura della realtà deprimente, perché la prima generazione persa — la mia — adesso è costretta a contemplare anche lo scontento dei propri figli — Millennials e GenZ — assommando impotenza ad impotenza, dispiacere a dispiacere
LINK http://www.orticalab.it/Siamo-in-guerra-tra-noi-ed-e-colpa

Siamo in guerra tra noi ed è colpa del ’68

Tutti contro tutti. Tutti a ritenersi incompresi, inascoltati e sconfitti. Tutti a puntare il dito contro padri, figli, nipoti. Che i Sessantottini si siano ‘accasati’ meglio, è fuor di dubbio. Però, il conflitto in atto ci consegna una lettura della realtà deprimente, perché la prima generazione persa - la mia - adesso è costretta a contemplare anche lo scontento dei propri figli assommando dispiacere a dispiacere


No, non è un pezzo sullo scontro tra Oriente ed Occidente, o meglio tra religioni e civiltà opposte (o presupposte tali) e neanche ho scritto un commento sul cambio di fronte bellico: dai carrarmati-con-missili della Cortina di Ferro alla diffusione molecolare di kamikaze del nuovo califfato.
Lo ben sapete tutti che, a scarsità di risorse, le organizzazioni vacillano e cadono in pezzi mentre s’innescano lotte per la sopravvivenza dei singoli alla deriva.
Vale per ogni consesso umano: dal partito politico al sindacato; dal luogo di lavoro al condominio; dalla bocciofila alla filodrammatica. Vale soprattutto, nelle società degli uomini, per le generazioni. La grandezza degli insiemi è ininfluente.
Darsi addosso tra generazioni è uno sport immarcescibile. Ogni nuova generazione ha il suo bersaglio preferito nelle coorti di chi lo ha preceduto.
Quando i tempi sono difficili — come gli attuali — i nemici allignano in più generazioni, sia ascendenti che discendenti. Tutte le generazioni comprese tra gli Alpha-boomer (i settanta-sessantenni di oggi) e la GenZ (i post Millennials) si sentono schiacciate e si lamentano con sempre più frequenza di aver perso le occasioni per colpa di quelli di prima, di quelli che hanno cominciato tutto, ovvero i Sessantottini.
Ciò è stato spiegato con semplicità in un molto condiviso editoriale de «Linkiesta», a firma del mio amico Bruno Giurato.
Io lo capisco perfettamente, Bruno, perché abbiamo vissuto le stesse sfighe, di ex giovani di ottime speranze, cui hanno inculcato il senso del dovere, della possibilità di migliorarsi attraverso lo studio ‘matto e disperato’ al fine di un lavoro qualificato in linea con i titoli e che invece sono rimasti schiacciati da questi falsi giovani ex rivoluzionari che hanno occupato tutti i posti al sole, hanno diffuso un modo di essere ed agire, da idrovore, cioè.
Siamo purtroppo — noi ragazzi del ‘riflusso’, come cantava Eugenio Finardi in “Cuba” — la prima delle generazioni cosiddette ‘perse’. Chi ci renderà merito, a noi che non apparteniamo alla Generazione Erasmus, che non siamo coetanei di Renzi&Boschi, che siamo troppo giovani per andare in pensione, troppo anziani per farci assumere se rimaniamo disoccupati o esodati? Che prima dei precari abbiamo studiato tanto per rimanere impiegatucci, o strappare anni di fuori ruolo e supplenze nelle scuole, magari sfiancarsi a prepararsi per dieci e dieci concorsi, arrivare sfiniti a chiedere una raccomandazione per vedersi riconosciuto il diritto alla sopravvivenza (dopo aver perso anche i genitori), o accettare di fare i ghost writer per qualche VIP/politico somaro, il contabile in qualche piccola azienda, il ragazzo di studio legale, il factotum per un notaio.
Indubbiamente, dopo di noi non è che si stia meglio. Anche i Millennials scalpitano perché trovano nella GenZ un manipolo di strafottenti piuttosto vuoti o quantomeno stitici di idee, volontà e creatività. E prima dei Millennials, i trentenni soffrono e soffriranno ancora e più di noi, se — come ha affermato il Direttore dell’INPS, Boeri —dovranno lavorare fino a 75 anni per una pensione da fame. A meno che non ci si butti in politica: nuovo ambito d’investimento sociale, come dimostrano tutte le nuove (e sciape) entrate nel nostro Parlamento.
Ma la guerra è guerra. Infatti, venerdì e sabato a Napoli si è tenuto un seminario sul riscatto dei ‘grandi vecchi’, ovverosia di studiosi e professori, i quali a venerande età (ovverosia intorno agli ottant’anni, cioè) ancora danno e possono dare alla cultura, alla scienza, alla società in genere. Non lo mettiamo in dubbio.
Tuttavia, come potete notare, il conflitto è diventato globale e trans-generazionale. Tutti contro tutti. Tutti a ritenersi incompresi, inascoltati e sconfitti. Tutti a puntare il dito contro padri, figli, nipoti.
Che i Sessantottini si siano ‘accasati’ meglio, è fuor di dubbio. Però, il conflitto in atto ci consegna una lettura della realtà deprimente, perché la prima generazione persa — la mia — adesso è costretta a contemplare anche lo scontento dei propri figli — Millennials e GenZ — assommando impotenza ad impotenza, dispiacere a dispiacere
LINK http://www.orticalab.it/Siamo-in-guerra-tra-noi-ed-e-colpa